Scopriamo subito le carte: ci piace il vintage, portiamo nel cuore la semplicità della nostra infanzia e intendiamo celebrarne il ricordo.
D'accordo: a qualcuno tutto questo potrebbe sembrare eccessivamente malinconico. Potremmo essere accusati di guardare troppo al passato invece di vivere il presente. Ma ci sentiamo di rassicurare i dubbiosi: al di là della fisiologica nostalgia di quando avevamo qualche anno in meno e nonostante le preoccupazioni che la quotidianità riserva quando si è adulti (insieme a qualche capello bianco in più), i nostri piedi rimangono ben piantati nel "qui e ora".
Non ripieghiamo verso gli anni che furono per sfuggire a un presente che delude, come facevano intellettuali ed artisti neoclassici. (Anche perché la nostra massima realizzazione artistica è stata la poesia declamata alla recita di Natale). Siamo felici di quello che abbiamo ottenuto fin qui, non abbiamo particolari rimpianti e, oltretutto, abbiamo ancora voglia di costruirci un bel pezzo di vita. Ma ci godiamo anche il ricordo di "una volta".
Oltre a un esercizio di piacere, però, che cos'è per noi il ricordo? È un modo per non dimenticare che sotto quell'albero siamo sempre stati e siamo ancora tutti "paesani", membri di una comunità come ce ne sono tante al mondo ma, allo stesso tempo, unica e speciale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Una comunità ridimensionata nelle presenze, nel corso dei decenni, dalle circostanze dell'esistenza ma idealmente sempre popolata dall'affetto di decine di cuori vicini e lontani.

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