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lunedì 2 ottobre 2017

Referendum Catalogna: eversione VS repressione


Quello che è avvenuto ieri in Catalogna è agghiacciante.
Agghiacciante che si arrivi ad atti di vera e propria guerra civile, con la polizia nazionale che - rimpiazzando la polizia catalana rifiutatasi di intervenire - manganella la gente comune recatasi ai seggi per votare il referendum indetto dalla Generalitat, il governo regionale.
Ma è altrettanto agghiacciante che la gente sia andata alle urne per una pseudo-consultazione che non si sarebbe neanche dovuta celebrare in quanto illegittima e palesemente incostituzionale. Una vera e propria provocazione del governo locale a quello nazionale.
Insomma, la sensazione è che l'atto eversivo compiuto dal presidente catalano Carles Puigdemont sia stato pagato da cittadini che, in buona fede, pensavano di esercitare un diritto fondamentale e si sono ritrovati a subire la repressione - assolutamente eccessiva e da condannare come ogni altra violenza - da parte di uno Stato che esce da questo 1 ottobre "con le ossa rotte", per usare una metafora tragicamente ironica.
Sì perché moralmente gli indipendentisti hanno ottenuto quello che volevano. Cioè la simpatia e la solidarietà di quella parte della comunità internazionale (colpevolmente) poco informata o poco incline a ragionare secondo le leggi di uno stato di diritto. Senza andare troppo lontano, basta guardare certi titoli di alcuni quotidiani nostrani. 
In sostanza, che si possa considerare legittima o meno la causa degli indipendentisti catalani - e, per quel poco che ne so e per il contatto diretto che ho avuto e continuo ad avere con spagnoli (e catalani), moltissimi cittadini della Catalogna non sono affatto favorevoli alla secessione - una regione non può comunque decidere autonomamente di separarsi dal resto del Paese. E se cerca di farlo calpestando i diritti costituzionali di tutti gli altri (gli spagnoli non catalani hanno l'ugualmente valido ed opposto diritto di avere un Paese unito per esempio), sta commettendo un reato.
E se non capiamo questo, allora non dobbiamo meravigliarci quando il primo Zaia che passa parla di indipendenza del Veneto. Personalmente penso che oggi i nazionalismi "di ritorno", oltretutto estremizzati, siano antistorici e vengano usati come foglia di fico da parte di politici incapaci che hanno a che fare con controparti cosmopolite altrettanto incapaci.
C'è, però, la violenza che, pur non alterando la correttezza delle ragioni di fondo del governo spagnolo, produce un bruttissimo effetto e fa passare - ahimé - in secondo piano la gravità dell'atto compiuto ieri da Puigdemont e dal suo esecutivo. Poco importa che il movimento referendario non fosse proprio del tutto composto da gentiluomini (alcuni sindaci e amministratori locali contrari al referendum hanno denunciato intimidazioni e pressioni da parte dei nazionalisti catalani). Chi ha subito violenze sono soprattutto persone comuni che, in buona fede, volevano solo votare e, come scritto ieri dal giornalista Luca Bottura, "non si mena chi vota ma non si vota contro la legge".
Un'ultima considerazione di carattere calcistico. Ieri ho visto Gerard Piqué piangere e dirsi pronto a lasciare la nazionale spagnola "se sono diventato un peso". Questo dopo essersi recato alle urne la mattina ed aver dichiarato che era giusto votare. Libero di farlo ma mi sembra un po' confuso. Se stai in nazionale è perché ti senti spagnolo. Se ritieni che sia giusto fare un referendum per l'indipendenza metti come minimo in dubbio la tua (attuale) nazionalità. Quello che però non puoi fare è "stare col piede in due scarpe" facendo il capopopolo in maniera irresponsabile.