lunedì 25 dicembre 2023

U focu di Natale dei carusi da Muntagna

C’è una tradizione muntagnara nel cuore di tutti: il falò della novena di Natale. Giovani e anziani. Donne e uomini. Fedeli o semplici amanti delle usanze di una volta. Tutti sono rapiti dalla magia del fuoco che brucia gli arbusti portati ogni mattina nella piazza della chiesa da valenti ragazzi che, fino alla notte di Natale, si svegliano all’alba per andarli a raccogliere.

Abbigliati come un incrocio fra un boscaiolo e un guerrigliero delle foreste dell’America Latina, con ammirabile spirito di sacrificio, varie generazioni di carusi del nostro paese hanno reso possibile il protrarsi di questo meraviglioso rito.

Ogni anno, finita la messa, grazie a loro riparte puntuale il crepitìo delle fiamme che si mescola al vociare sommesso dei fedeli che hanno assistito alla funzione religiosa. Il calore del fuoco che ristora i paesani infreddoliti e ne illumina i volti mentre si fermano per qualche minuto ad ammirare la maestosità di quello spettacolo vecchio come il mondo. Poi, piano piano, tutti si rimettono in moto pronti ad affrontare la giornata: lavoro o scuola che sia. Appuntamento al giorno dopo. Pillole quotidiane dell’atmosfera del Natale che si avvicina.

Fino alla notte più bella. I carusi si fanno in quattro per preparare uno spettacolo persino superiore a  quello che hanno offerto nei giorni precedenti. Mentre il sacerdote dice messa e il bambinello sta per venire al mondo, loro riscaldano l’ambiente per i paesani meno religiosi rimasti lì fuori (e intervenuti per puro spirito di aggregazione) alimentando di tanto in tanto le fiamme con rami e foglie. Il falò è pronto a divampare ma i ragazzi lo tengono a bada. “Compare, sta calmu chi ancora nun è ura”, sembrano dirgli. Quello prova a replicare, borbotta, ma desiste.

Mezzanotte. I fedeli salutano la nascita del salvatore e cominciano a uscire ammassandosi ai margini della piazza mischiandosi con chi era già lì. Suonano le campane. È il segnale. I carusi si muovono all’unisono per dare libero sfogo alla voglia del falò di stupire, di ipnotizzare, quasi soggiogare i muntagnari. I quali prima provano istintivamente a resistergli, fanno gli indifferenti, si scambiano saluti e auguri. Ma poi, uno dopo l’altro, volgono lo sguardo verso quello spettacolo e ne cadono dolcemente preda. Si abbandonano completamente ad esso.

Anno dopo anno. Generazione dopo generazione. Sempre grazie a quei giovani boscaioli improvvisati che non chiedono nulla in cambio. Gli bastano quei cuori riscaldati e quei volti rischiarati dal loro falò.




martedì 17 gennaio 2023

Mia nonna Concetta

Certe volte la mente fa dei salti che sembrano illogici. Io, però, ormai mi sono convinto che ci sia un sottile filo che lega ricordi, musiche, odori e sensazioni che apparentemente non hanno nulla a che vedere fra loro. Diciamo che tutto ha un senso anche se spesso non lo capiamo.

Di recente stavo riascoltando una canzone degli Ocean Colour Scene, Better Day, uscita in piena esplosione del cosiddetto fenomeno britpop (che, considerato il grande livello delle band venute fuori in quegli anni, di suo è un nome abbastanza di merda per descriverle).

Insomma, mentre ascoltavo, senza alcun motivo spiegabile, mi è venuta in mente mia nonna Concetta, che di certo non sarebbe stata fan dei fratelli Gallagher. E quasi automaticamente ho riflettuto sul fatto che, sì, ogni tanto penso a lei con affetto, ma non quanto dovrei e meriterebbe. E questa è probabilmente la "colpa" che tutti noi, chi più, chi meno, abbiamo nei confronti di chi ci ha voluto bene e, ad un certo punto del nostro cammino, se n'è dovuto andare. Siamo così  travolti dalle nostre giornate che non riusciamo a fermarci a pensare e ricordare adeguatamente chi lo meriterebbe.

La canzone andava avanti, e adesso avevo anche il viso di mia nonna davanti agli occhi. Poi, dal nulla, la mente si è spostata su Jovanotti. Ma non su Lorenzo Cherubini, pseudo-cantautore italiano che oggi fa i concerti sulle spiagge, no. Io mi sono proprio ricordato di quel Jovanotti "scemo" che tanto mi piaceva da bambino, quando andavo alle elementari. Quello di Gimme five, E' qui la festa? e La mia moto. Quello che aveva il cappellino con la scritta Yo e la camicia con le stelle. Quello che, al solo pensiero della risata idiota, oggi prenderei una mazza ferrata mentre allora cercavo pure di imitarla. Quello che pubblicò anche un paio di singoli con lo pseudonimo di Gino Latino, interpretando il personaggio come se fosse stato un altro cantante e tutto il resto...

Mia nonna mi aiutava a vestirmi la mattina, dicendomi di sbrigarmi per non fare tardi a scuola, e io canticchiavo "Gimme five, all right!", mia nonna mi preparava la merenda e io mettevo la cassetta di Jovanotti. Mia nonna cominciava già nel pomeriggio a prepare per la cena e io, seduto in cucina di fianco a lei, facevo i compiti e cantavo ripetutamente "My name is Gino...Latino!".

Ad un certo punto, come se fosse stata scossa da qualcosa, si voltò di scatto e mi interrogò: - che hai detto?

- Niente..., risposi quasi impaurito (hai visto mai che magari mi mollava un ceffone per qualche monelleria che non riuscivo ad identificare...)

- No, quello che stavi cantando...che hai detto?

- My...name is...Gino Latino

Mi guardò con quella sua tipica espressione, a metà fra il divertito e lo sdegnato, di quando ne combinavo qualcuna: - forse intendi Gino LATILLA (per lei, musicalmente, poteva esistere solo quel Gino, ovviamente)

- No, no, è Gino Latino

- Ma quali Latino...si chiama Gino Latilla

- No, nonna, si chiama Gino Latino

- Latilla

- Latino

- Ora vinni chi si chiama Latino...u nomi è L-a-t-i-l-l-a 

- Nonna ma se ti dico che si chiama Latino!

La risoluzione della controversia fu suo appannaggio. E' riaffiorata dal mio subconscio proprio mentre vagavo fra le note di Better Day e i ricordi infantili di Jovanotti. E mi viene da ridere ancora adesso, pensandoci. Una sentenza fulminante che non lasciava possibilità di appello, un colpo da kappaò tecnico. E mia nonna Concetta - che spero stia sorridendo con me adesso - era campionessa indiscussa in questo.

Fece un attimo di silenzio e poi, con l'atteggiamento di chi ha di meglio da fare e non intende infierire, concluse: - vatinni, va', babbu

venerdì 9 dicembre 2022

Claudio du bar

 

Se fosse nato a New York invece che 'a Muntagna, Claudio sarebbe diventato un rapper che Eminem e Puff Daddy scansateve proprio.

A Montagnareale, invece, Claudio lavorava nel bar del padre, Donn'Antoni, ai tempi in cui in paese c'era l'imbarazzo della scelta per attività di pasticceria e gelati artigianali di qualità. Oggi la fama delle sue abilità culinarie, frutto di anni di apprendimento sul campo, lo precede. Tutti in zona sanno che se in un determinato ristorante, bar o agriturismo ci lavora Claudio significa che il posto è di livello.

Ma, da ragazzo, colui che oggi è un artista in cucina aveva l'animo inquieto di uno che l'arte avrebbe voluto praticarla in altre forme. Lavorare nel bar del papà per dargli una mano con l'attività di famiglia - una scelta praticamente obbligata dalla cultura ereditaria siciliana - era qualcosa che gli andava stretto. Claudio era troppo avanti rispetto ai compaesani della sua età. E pertanto, facendo buon viso a cattivo gioco, il bar di Donn'Antoni divenne il suo palcoscenico, un posto intorno al quale, a certi orari della giornata, si radunavano molti giovani del paese. Ed era sempre uno spettacolo!

E' vero, i videogiochi di cui il locale era dotato erano un grosso catalizzatore dei più piccoli ma quando era il turno di Donn'Antoni, bravissima persona, al massimo entravi, ti facevi una partitina e dopo il game over andavi subito via. Mentre quando sapevi che c'era Claudio era tutta un'altra storia: le ore volavano che neanche te ne accorgevi.

La clientela, di fatto, era perfettamente ripartita in base al barista e il bar veniva identificato in modo diverso in base all'età di chi lo menzionava: i muntagnari di una certa età vi si riferivano chiamandolo u bar di Donn'Antoni mentre per bambini e ragazzi era, ovviamente, u bar di Claudio. E sembrava veramente che il posto si trasformasse nell'uno o nell'altro durante la giornata. 

Nel bar di Donn'Antoni l'atmosfera era come ovattata (e no, non ci stiamo riferendo al tasso alcolico determinato dalle barbette bevute a ripetizione da alcuni avventori). Persino la luce sembrava più fioca, quasi priva di forza. In quel momento era il locale dove il paesano, fra una preoccupazione e l'altra, stanco dopo una giornata di lavoro, si beveva una cosa e faceva due chiacchiere (ma a volte preferiva stare addirittura in silenzio) prima di tornare a casa. D'altro canto, ad una certa età, dopo dieci ore di fatica, con tutti i problemi che ti ritrovi ad affrontare, hai poca voglia di ridere e scherzare. Perché, mentre sorseggi il tuo bicchierino di vino o di birra, il pensiero fisso è che domani bisogna tornare a spaccarsi la schiena per portare a casa la pagnotta.

Di contro, nelle ore in cui diventavano u bar di Claudio, come nelle favole, il vano principale e la saletta adiacente si convertivano in un luna park. Videogiochi che macinavano, in piena attività, ma anche battute, risate e musica. Tanta musica. E sull'argomento Claudio era avanti, lo abbiamo detto. Mentre noi al massimo arrivavamo a Cristina D'Avena o al Jovanotti di Gimme Five, lui nello stereo portatile grigio a doppia piastra collocato fra il bancone e la cassa - in uno spazio che era diventato di fatto la sua consolle - sparava i Run DMC, i Beastie Boys e Derek B con la cassetta della compilation Dee-Jay Rap. E mentre la musica andava lui ci cantava pure sopra come un consumato gangsta rapper.

E non importa che i suoi rap fossero parole a caso che somigliavano all'inglese ma di fatto non erano né inglese né nessun'altra lingua conosciuta (e comunque lo aveva fatto anche Celentano in Prisencolinensinainciusol e nessuno si era mai lamentato). Tutti noi osservavamo le sue performance in estasi: era qualcosa che 'a Muntagna non si era mai visto né sentito. E volevamo assolutamente sapere e vedere di più. Claudio per noi era una specie di predicatore di modernità. I Litfiba, per esempio, dovrebbero ringraziarlo per il successo avuto in Sicilia: se non ci fosse stato Claudio con la cassettina di El Diablo perennemente a palla nel bar, probabilmente oggi da noi sarebbero dei perfetti sconosciuti.

Lui a volte, quando rappava, si registrava pure (quello stereo portatile poteva fare anche da studio di registrazione) e provava a coinvolgerci. Ma eravamo così impediti rispetto al suo ritmo e alla sua capacità di improvvisare che al massimo ci veniva fuori un ridicolo yeah! che ripetevamo un paio di volte di seguito fino a che Claudio era costretto ad interrompere la registrazione e a liquidarci con un bonario lassammu perdiri, va

Ma non era uno che si faceva prendere dalla collera. Mai. Neanche quando Luca lo stuzzicava. O meglio, quando gli rompeva le palle come fanno tutti i bambini con i ragazzi più grandi. Quello lo punzecchiava, si avvicinava, gli toccava il braccio e correva a distanza di sicurezza, lo sfidava col suo cavallo di battaglia: "ichisiiii". Claudio, allora, si produceva nella sua famosa imitazione del milanese (quantomeno del milanese secondo noi siciliani) e, con quell'accento, gli rispondeva: "se continui, tra due secondi ti faccio due mosse da heavy metal...". Ora, nonostante l'heavy metal non fosse uno stile di lotta, noi conoscevamo alla perfezione il vocabolario di Claudio e sapevamo cosa sarebbe venuto dopo. Lo sapeva pure Luca che si divertiva un mondo e insisteva fino a che il barista non si trasformava nell'"heavy metal", se lo caricava sulle spalle (allora era possibile, ci chiediamo cosa succederebbe se ci provasse adesso...) e lo faceva girare fino a fargli venire le vertigini. Il bambino, che con le sue provocazioni cercava proprio quel divertimento, lo implorava ridendo di gusto: "aiutuuu, va bene, va bene, fammi scinniri, chiedo perdono!". Era la parola d'ordine con cui si fermava il gioco senza alcuna ulteriore conseguenza.

Poi arrivava Donn'Antoni, Claudio, da bravo figlio, tornava serio, la musica calava subito di volume e l'ambiente si preparava ad ospitare i grandi e gli anziani. Noi ce ne andavamo a casa sorridenti, pensando a quanto Claudio fosse avanti.



venerdì 2 dicembre 2022

I quiz radiofonici, Don Mario e i suoi eredi

In principio fu Radio Monte Ilici. Nella meravigliosa epoca delle radio libere, quando per trasmettere "bastava" piantare un'antenna e cominciare a parlare a un microfono, in un paesino come il nostro nacque una piccola realtà mediatica che irradiava musica e parole, rendendo anche un servizio alla comunità con informazione locale e intrattenimento.

Poi fu la volta di Radio Stereo Time, figlia dell'entusiastica iniziativa di Sebastiano - per tutti i muntagnari Bastianu - che insieme ad alcuni coetanei (con i quali condivideva la stessa positiva "follia"), ad un certo punto, ebbe l'idea di creare un'alternativa più giovanile alla Radio Monte Ilici di quegli anni. Il nome scelto, in inglese, in effetti mise subito in chiaro le intenzioni dei nostri prodi.

Così, per un po' di anni, ci trovammo in casa ben due stazioni radiofoniche, in amichevole concorrenza fra di loro, che rappresentavano un meraviglioso passatempo e un mezzo di espressione per quei ragazzi che giocavano a fare i dee-jay. Certo, i risultati a volte erano di un livello che definire "dilettantistico" sarebbe un eufemismo. Per esempio, da quell'esperienza sono state consegnate alla storia frasi come "e ci abbiamo ascoltato questo brano di...". Ma era bello lo stesso. O, forse, era bello proprio per questo.

Con il lancio di Radio Stereo Time, l'offerta di programmi di intrattenimento per i muntagnari e per gli abitanti delle altre zone coperte dal segnale raddoppiava. Spesso si trattava di repliche infinite della stessa formula, è vero. Ma la gente adorava telefonare in radio per richiedere le proprie canzoni preferite (selezionandole come si faceva mettendo una monetina nel juke-box, in pratica) e affidare all'improvvisato speaker di turno il compito di leggere la dedica per la fidanzata, la mamma o gli amici. Mica potevi chiamare RDS o Radio Dee-Jay per chiedergli di mettere l'ultimo pezzo di Scialpi o dei Duran Duran e dedicarlo "da panna per fragola con amore. Ci vediamo alle sei al solito posto". Se il povero paesano - che voleva solo esprimere i propri sentimenti nei confronti della sua ragazza usando lo stratagemma dei nomi in codice per evitare che il padre di lei lo scoprisse e gli spaccasse la schiena - lo avesse fatto, come minimo quelli all'altro capo del telefono avrebbero chiamato i carabinieri o la neuro. Nelle radio libere di paese, invece, no. Era tutto più intimo, quasi familiare. Ed è normale affidare a un familiare la consegna di un messaggio d'affetto.

Un'altra specialità della casa erano i giochi a premi, comunemente chiamati quiz radiofonici. Sulla scia del successo decennale di quelli televisivi, nel corso degli anni sia Monte Ilici che Stereo Time ne proposero svariati.

Nella radio di Bastianu, il Mike Bongiorno locale all'inizio fu Don Mariu du bar. Il noto pasticciere del paese, oltre ad essere un maestro dei dolci, aveva anche il coraggio e la capacità di disimpegnarsi con cuffie e microfono. Talvolta sgrammaticato, magari, ma comunque sempre padrone della situazione. Disinvolto nell'interagire con gli ascoltatori che chiamavano per provare a risolvere i rompicapo che il conduttore proponeva durante il programma e vincere così uno dei premi in palio. Fra una telefonata e l'altra, poi, Don Mario lanciava anche qualche pezzo di liscio molto apprezzato dagli ascoltatori di una certa età, fedeli seguaci della trasmissione. Ma la musica non inganni. Ad ascoltare Don Mario c'erano anche ragazzi e bambini. Potremmo dire che il suo era un programma per famiglie. 

Certo, a volte qualche giovinastro si divertiva a fare uno scherzo al conduttore ma l'ira funesta di quest'ultimo si abbatteva su di lui. Come quella sera in cui un fantomatico concorrente, per fare lo spiritoso, rispose che l'oggetto misterioso da indovinare era "u ***** chi ti norba". Bastarono due parole di Don Mariu pronunciate con un tono leggermente più alto perché quello staccasse immediatamente il telefono e andasse a nascondersi sperando di non essere stato riconosciuto. D'altro canto, quando il barista del paese si arrabbiava, bastava un suo urlo da dentro il bar perché la gente sotto l'albero si ammutolisse e gli uccelli sui rami smettessero di cinguettare. 

Un altro momento magico del quiz di Don Mario fu la chiamata di quell'ascoltatore che tentò di indovinare l'animale misterioso. Il presentatore volle dargli un aiutino e gli rivelò la prima lettera: "fai bene attenzione: l'animale comincia con la P". Il concorrente a casa ci pensò su qualche secondo e poi - forse un po' dubbioso, sì, ma che diamine, bisogna buttarsi per tentare la fortuna! - concluse: "Ma chi è per casu, u Popotimu??".

Anni dopo, nel 1994, quando il barista si era ritirato ormai da un pezzo dalla carriera radiofonica, toccò a una squadra di ragazzi provare a far rivivere i fasti del gioco a premi. Impresa ardua che ebbe un discreto successo pur non arrivando a eguagliare i risultati di pubblico dell'originale. D'altro canto, il tentativo di emulazione venne affidato a ben sei elementi, che conducevano tutti insieme creando, a tratti, anche una discreta confusione. E già questo ci fornisce un dato oggettivo: per fare un Don Mario ci volevano almeno sei picciotti moderni.

Inoltre, il revival del gioco a premi venne proposto solo nel periodo di Natale come appuntamento speciale. Inutile dire che anche questa trasmissione si rivelò una miniera di perle indelebili. Il momento più alto venne probabilmente raggiunto con la bocciatura da parte di uno degli speaker di una risposta assolutamente corretta fornita da un concorrente. Il gioco verteva su domande di cultura generale in stile Trivial Pursuit. Vabbè, non prendiamoci in giro: per fare le domande i conduttori usavano proprio le carte del Trivial Pursuit. Com'è noto, i quesiti si basavano su varie categorie: scienze, storia, sport, ecc. Bene, se pensate che il presentatore che fa domande di cultura generale debba essere almeno minimamente ferrato in cultura generale, sappiate che date le cose troppo per scontato.
Ad un certo punto, infatti, arrivò la chiamata di Massimiliano da Montagnareale (ricordatevi che il segnale arrivava anche fuori dal paese) Uno dei magnifici sei, lasciato un po' in disparte durante le ultime telefonate, si era prenotato poco prima per interagire col seguente ascoltatore. E quindi: "Ciao Massimiliano, che categoria scegli per giocare?". Quello scelse storia. "Bene, mi sai dire chi era il Presidente della Repubblica nel 1982? Pensaci bene...". E quello, senza perdere un secondo di più, rispose sicuro che era Sandro Pertini. Tutto bene, direte voi. Adesso gli dice che ha indovinato e che ha vinto un premio. Ma voi date le cose troppo per scontato, come detto.
Si dà il caso che il conduttore in questione avesse il vizio di tenere in mano non solo la carta della disciplina scelta ma anche tutte le altre. Se poi ci mettiamo anche che aveva qualche lacuna in storia (fra le altre materie), potrete facilmente immaginare cosa avvenne dopo.
Nella concitazione del momento, la carta con le domande di sport si era fatalmente sovrapposta a quella di storia: "Nooooo, purtroppo hai sbagliato! Peccato! La risposta esatta era Sandro Mazzola!". Nello studio e a casa di Massimiliano scese il gelo. Per qualche interminabile secondo nessuno parlò. Subito dopo, come se si fossero ridestati all'unisono dall'ibernazione, gli altri cinque cominciarono a gesticolare sperando che il collega capisse l'errore e si correggesse. Ma il novello Gerry Scotti (o Piero Angela, se volete) si limitava a guardarli con un gigantesco punto interrogativo stampato in faccia. Alla fine, uno degli altri conduttori si riprese dallo shock e provò a millantare, emettendo una risatina nervosa, una poco credibile burla ai danni dell'ascoltatore, proclamandolo vincitore prima di lanciare in fretta e furia la pubblicità. 

Scherzi della diretta, direbbe qualcuno. Per fortuna ci pensò la mamma di Bastianu, la signora Anna, a premiare le fatiche dei nostri. La sera dopo l'ultima puntata, andata in onda un paio di giorni prima di Natale, sfoderando la proverbiale ospitalità delle mamme della sua generazione, invitò tutto lo staff a casa a mangiare pasticcini e brindare per celebrare un'esperienza dai risvolti spesso comici, sì, ma in cui ognuno metteva il cuore.



giovedì 24 dicembre 2020

Natale 'a Muntagna

Per me Natale è sempre stato la famiglia, u focu davanti a Chiesa, le vacanze spensierate, gli amici. Da piccolo, a dire il vero, anche le bombette, che chi ne comprava un pacco intero per capodanno ma, nel frattempo, le sparava in giro si sentiva u megghiu.

Ogni volta che penso a questo periodo, non so perché ma, prima di qualunque altro, mi viene subito in mente un episodio, in sé apparentemente privo di un significato particolare. Uno dei tanti momenti che, se vogliamo, sembra anche piuttosto banale rispetto ad altre occasioni di convivialità e spensieratezza tipiche delle festività natalizie.

In paese c'è fermento perché i carusi chiu ranni stanno raccogliendo la legna da usare per il falò della notte di Natale (o comunque per uno dei giorni di novena, non ricordo). Fanno su e giù con la macchina di quelli che, fra di loro, hanno già la patente. Caricano e scaricano. Si sente un gran vociare anche da casa mia.

Dopo aver passato qualche ora a casa ad ascoltare vinili con lo stereo di mio papà (ne avevo un paio miei e non facevo altro che editare e ri-editare compilation fai-da-te cercando di mixare le canzoni usando il play e pausa della piastra) e dopo aver registrato un qualche programma radiofonico in cui un tizio riassumeva i migliori pezzi dell'anno, esco anch'io.

L'atmosfera sembra quella del sabato del villaggio di Leopardi a-la-muntagnara.

Arrivo a Santa Caterina ma non trovo nessuno. Evidentemente anche i miei coetanei sono in piazzetta a fare da chiassoso contorno al lavoro di' chiu ranni (e magari a sparare qualche bombetta vantandosi della propria capacità di correre rischi temerari...). Passa Domenico con la 112, vestito da boscaiolo per l'occasione. Lo fermo e gli chiedo un passaggio offrendogli in prestito la mia ultima cassetta contenente il programma con le canzoni dell'anno presentato dal tizio di cui sopra. Acconsente, mi fa salire e mette subito il nastro nell'autoradio. (Quando qualcuno ascoltava le cassette che editavo, mi sembrava come se stesse ascoltando musica fatta da me e, in un certo senso, ne ero fiero...). Mi dice: "sì, ma chistu parra troppu supra a musica". Come dargli torto, quello riusciva a parlare anche per un minuto e mezzo di fila sulla stessa canzone!

Arriviamo davanti alla Chiesa, scendo. La casa di pietra che si affaccia sulla piazzetta, l'arco, la stradina stretta, i rami e le foglie accumulate a mucchietti per terra, un fuocherello già acceso, i carusi ranni vestiti da taglialegna, la luce soffusa, le risate e i botti: quello è il presepe che mi è sempre rimasto in testa. Quello è il mio Natale.

Più volte mi sono chiesto perché, al pensiero del Natale da piccolo 'a Muntagna, mi scatta automaticamente questo "banale" ricordo prima di tutti gli altri che conservo con affetto.

Una risposta, alla fine, l'ho trovata: la semplicità. Quella che da bambini ci sembra persino noiosa.  Che da ragazzini, a volte, addirittura avversiamo perché - anche giustamente - vogliamo di più. E che da adulti, nei momenti di difficoltà come quello che stiamo attraversando, ti fa dire: eravamo così felici e non lo sapevamo.

Buon Natale a tutti.

martedì 17 dicembre 2019

Patri Vasta

Padre Nunzio Vasta, anzi, Patri Vasta, come tutti lo chiamavamo, è stato per tanti anni il parroco del paese. Negli anni a cui risalgono i miei primi ricordi, lui era già u parrinu. E lo è stato per tutta la mia infanzia, catechismo compreso. Per quanto mi riguarda, quindi, si tratta di una di quelle persone che è entrata di diritto nel pantheon dei simboli da' Muntagna.

Di Patri Vasta ho ancora nelle orecchie il richiamo che ci indicava che il tempo per il gioco era finito e dovevamo recarci nella sala parrocchiale per il catechismo. Quel suo eentriaaamooo pronunciato dalla soglia della porta quasi come una litania. E custodisco con affetto parecchi aneddoti, alcuni anche particolarmente divertenti. 

Come quella volta in cui mi diede un ceffone per aver fatto una battuta sul battesimo. 
Un sabato, durante la dottrina, il parroco ci stava spiegando l'importanza di questo sacramento. E lo faceva con trasporto. Un paio d'anni prima era nato mio fratello minore. Così, con il tipico atteggiamento del moccioso che vuole fare il simpatico del gruppo, ad un certo punto chiosai che era tutto chiaro perché "pure a mio fratello ci ficinu u sciampu". Non l'avessi mai detto! Mi fulminò con un "come ti permetti?" proferito a una quantità di decibel fuori norma e mi mollò un cinculiri che mi convinse immediatamente a riconsiderare la posizione da giullare improvvisato che avevo assunto poco prima.
Certo, erano altri tempi. Molto probabilmente un prete di oggi richiamerebbe un bambino solo verbalmente. Ma Patri Vasta - badate bene - non era affatto un tipo manesco (sinceramente non ricordo nessun altro episodio del genere), tutt'altro: era una persona solitamente mite. Solo che quella volta toccai un concetto troppo elevato e troppo importante per un credente. In Chiesa, cioè nella casa dei credenti. Non dico che fece bene ma riconosco che sicuramente ebbe le sue motivazioni. In gergo tecnico, si direbbe che ci scippau di mani.
E la parte divertente è il ricordo che ne ho oggi. Soprattutto quello della rapida sequenza in cui si consumò il tutto: io che penso di essere u scattru del gruppo e dico la mia a bruciapelo; lui che, assorto nella spiegazione teologica, viene improvvisamente riportato su un piano decisamente terreno, tanto da spalancare gli occhi come se gli avessi dato un pugno nello stomaco; l'accesa risposta che ne segue e la consegna quasi contemporanea della "banconota". Sempre in gergo tecnico: 'o scancila a banca.

Quando ci ripenso, non riesco a non ridere. E provo solo affetto e simpatia nei suoi confronti.

Oppure c'è stata quell'altra volta in cui chiese a noi bambini del catechismo di vendere ognuno un blocchetto di biglietti della Festa Madonna delle Grazie del 15 agosto. Per ogni blocchetto venduto - cento biglietti dal costo di mille lire ciascuno - ci avrebbe riconosciuto un premio di diecimila lire. Wow! A livello commerciale, un venditore professionale direbbe che si tratta di un obiettivo molto motivante. Qualcuno, però, vide l'impresa come una montagna difficile da scalare, che magari fai uno sforzo immane per arrivare in cima e poi, quando sei a pochi passi dal traguardo, inciampi e ruzzoli di nuovo giù. Quindi venne posta la domanda: "Patri Vasta, ma se per caso li vendiamo quasi tutti e, per pochissimi biglietti - quattro o cinque, diciamo -, non arriviamo a completare il blocchetto, il premio ce lo da lo stesso?". Lui, con quel suo fare rassicurante, sguardo sorridente e voce calma (che era, in genere, il suo atteggiamento naturale) rispose: "Se non riuscite a finire il blocchetto e vi rimangono pochissimi tagliandi, state tranquilli: il premio lo riceverete lo stesso". Una risposta accolta con grande favore da parte dei pargoli. Evviva Patri Vasta! Mettiamoci subito al lavoro!
Quell'estate feci letteralmente i numeri per guadagnarmi quelle diecimila lire. Girai parenti, amici, conoscenti - due volte, se necessario - e chiesi pure a mio padre di procacciarmi dei clienti fra i suoi colleghi. Ma non era abbastanza. Allora feci gli straordinari anche il giorno della festa, dato che la consegna ufficiale del blocco era la sera, alla fine della processione. Lo sforzo produsse un risultato invidiabile di novantasette biglietti venduti su cento. Memore delle rassicurazioni del curato, mi recai soddisfatto all'appuntamento fissato per tirare le somme e riscuotere il premio. Esordii dicendo che avevo fatto del mio meglio ma mi erano rimasti solo tre tagliandi..."ma lei ci diceva che andava bene lo stesso no, Patri Vasta?". Lui mi sorrise bonario, mi guardò e mi disse di non preoccuparmi. E con il fare rassicurante di cui sopra cominciò a contare le banconote che mi stava per consegnare: "mille, duemila...cinquemila, seimila, settemila...". Poi il conto si fermò un attimo. Giusto il tempo di staccare i tre biglietti che erano rimasti nel blocchetto che gli avevo appena restituito. Li aggiunse alle banconote e concluse: "e con questi tre fanno diecimila lire precise, bravissimo, ottimo lavoro...".

Quando si dice che le parrocchie di provincia non hanno tante risorse e devono arrangiarsi come possono. Fu in quel momento che maturai la convinzione che al clero non la si fa! Se prendessimo in prestito il lessico calcistico, potremmo raccontare che Patri Vasta era riuscito a mettere a segno nel recupero la rete della vittoria, con una giocata che Maradona scansati: un grande! Che ridere!

Un'altra volta fu tenerissimo. E questo è uno degli episodi che mi rimangono nel cuore. Nel periodo di carnevale organizzò una mattinata di giochi nella piazzetta davanti alla Chiesa. Una specie di gara a prove (di abilità, equilibrio, velocità, ecc.) che conferivano ai partecipanti una serie di punti. Chi, alla fine, avrebbe totalizzato il punteggio più alto sarebbe stato premiato durante la festa in maschera che il parroco aveva organizzato per noi bambini, nel pomeriggio, in sala parrocchiale. Solo che il meccanismo di calcolo dei punti non ci era stato svelato. E secondo me realmente non esisteva neppure: ce lo aveva detto solo per motivarci a dare il massimo. Quella mattina, i partecipanti eravamo pochini, a dire il vero. I due più grandicelli eravamo io e Nino che facevamo categoria a parte. E non me l'ero cavata male ma, in cuor mio, credevo che Nino fosse andato leggermente meglio in alcune prove. Nonostante ci affannassimo sperando di conoscere in anticipo il verdetto della giuria (composta, per l'occasione, da Patri, Nunzio Vasta: uno e trino), u parrinu non proferì parola e si limitò a darci appuntamento al pomeriggio. Alla festa, quindi, dopo i convenevoli di rito (fra patatine, coca-cola e musica) e la consegna di un piccolo dono a tutti gli altri partecipanti, io e Nino ci avvicinammo al prete e, impazienti, lo sollecitammo: "Patri Vasta...ma insomma...chi ha vinto?". Ci guardò con un'espressione di sincera felicità - che ho davanti agli occhi anche qui e ora - con lo sguardo ridanciano che mandava a monte il maldestro tentativo di creare suspense e, piuttosto, rendeva evidente che non vedeva l'ora di darci quell'informazione tanto quanto noi non vedevamo l'ora di riceverla. Rullo di tamburi: "Ha vinto...ha vinto...tu!" indicando Nino, e immediatamente, senza neanche darmi il tempo di rimanere deluso, "...e tu!" indicando anche me. Fu una soddisfazione di quelle che a un bambino fanno bene. Perché gli danno una spinta positiva nel processo di acquisizione di un posto nel mondo che è in corso a quell'età. Dalla gioia, io e Nino ci mettemmo a correre e saltare per la stanza e lo ringraziammo mille volte quando ci consegnò i giocattoli che aveva comprato come premio.

Ora, il giocattolo non lo ricordo per niente, la felicità che mi regalò invece sì, fino all'ultima goccia.



venerdì 25 ottobre 2019

La Sagra della Castagna

La Sagra della Castagna è il fiore all'occhiello di Montagnareale, piccola comunità in provincia di Messina. Ogni anno, da generazioni, la gente del paesino si rimbocca le maniche per vestire a festa il piccolo centro ed offrire qualcosa di diverso - di suggestivo, se vogliamo - per l'ultima domenica di ottobre.
Con l'organizzazione e la realizzazione della sagra, i paesani hanno sempre voluto dimostrare al resto della provincia, e della Sicilia in generale, che ci siamo anche noi. Che anche noi siamo in grado di creare un evento. Che anche noi vogliamo riservare a chi viene a trovarci quell'ospitalità tipicamente siciliana che ci contraddistingue.
I "non più giovani" ricorderanno che, da bambini, nelle settimane precedenti alla sagra c'era fermento e si respirava già l'aria della festa che si sarebbe tenuta l'ultima domenica di ottobre. Di fatto, ragazzi e adulti del paese si trasformavano in artisti (sì, nessuna esagerazione: veri e propri artisti) e dalle loro idee prendevano forma le decorazioni che avrebbero stupito il pubblico a fine mese. Bandiere, archi, colori, composizioni con rami e foglie di castagno ad abbellire le vie del centro. Una volta persino una copia del David di Donatello eretta davanti al bar! D'altro canto, ogni paesino che si rispetti deve essere anche un po' (meravigliosamente) pacchiano, no?
E poi arrivava quella domenica. Alcuni volontari sudavano davanti al fuoco per tutto il pomeriggio e fino a tarda sera per offrire, sempre con il sorriso sulle labbra, caldarroste gratuite alla lunghissima fila di persone in attesa. Altri facevano su e giù per il paese per verificare che tutto fosse a posto con le luci, la musica, le bancarelle, lo smaltimento del traffico. Altri ancora si occupavano della gestione del concorso delle torte e della distribuzione degli assaggi ai visitatori. Niente soldi. Solo passione e orgoglio paesano.
Quello stesso orgoglio con cui, oggi, quelli che hanno dovuto lasciare il paese per cercare fortuna altrove raccontano la Sagra a chi non la conosce.


SOTTO L'ALBERO - Ti ricordi?

Scopriamo subito le carte: ci piace il vintage, portiamo nel cuore la semplicità della nostra infanzia e intendiamo celebrarne il ricordo.
D'accordo: a qualcuno tutto questo potrebbe sembrare eccessivamente malinconico. Potremmo essere accusati di guardare troppo al passato invece di vivere il presente. Ma ci sentiamo di rassicurare i dubbiosi: al di là della fisiologica nostalgia di quando avevamo qualche anno in meno e nonostante le preoccupazioni che la quotidianità riserva quando si è adulti (insieme a qualche capello bianco in più), i nostri piedi rimangono ben piantati nel "qui e ora"
Non ripieghiamo verso gli anni che furono per sfuggire a un presente che delude, come facevano intellettuali ed artisti neoclassici. (Anche perché la nostra massima realizzazione artistica è stata la poesia declamata alla recita di Natale). Siamo felici di quello che abbiamo ottenuto fin qui, non abbiamo particolari rimpianti e, oltretutto, abbiamo ancora voglia di costruirci un bel pezzo di vita. Ma ci godiamo anche il ricordo di "una volta".
Oltre a un esercizio di piacere, però, che cos'è per noi il ricordo? È un modo per non dimenticare che sotto quell'albero siamo sempre stati e siamo ancora tutti "paesani", membri di una comunità come ce ne sono tante al mondo ma, allo stesso tempo, unica e speciale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Una comunità ridimensionata nelle presenze, nel corso dei decenni, dalle circostanze dell'esistenza ma idealmente sempre popolata dall'affetto di decine di cuori vicini e lontani.
Che ogni tanto si ritrovano ancora proprio sotto l'albero per ricordare e raccontare. Sorridere e magari anche commuoversi. Per essere ancora "paesani".


lunedì 10 giugno 2019

Italia - Australia


Ieri, la straordinaria vittoria delle azzurre al 95' contro l'Australia, nell'esordio dei mondiali femminili, ha riportato alla mente un'altra vittoria, contro la stessa nazionale, nei mondiali maschili del 2006, che ci avrebbe lanciato poi nella cavalcata verso la conquista della coppa. In quel caso, a regolare i conti con gli australiani era stato un rigore trasformato da Francesco Totti, dopo una partita di grande sofferenza, giocata in dieci uomini per quasi tutto il secondo tempo.

Mentre tutte le altre partite di quel torneo le vidi a Milano insieme ad alcuni amici nell'appartamento in Porta Romana dove vivevo allora, festeggiando la vittoria finale in piazza del Duomo in mezzo alla marea di tifosi in visibilio, quella gara in particolare la ricordo per essere stata l'unica vista in Sicilia, insieme alla mia famiglia. Mio padre stava molto male e io ero tornato qualche giorno per andarlo a trovare. Quell'anno ero stato in Sicilia più volte, inventandomi ogni genere di scusa, per dissimulare il fatto che ci andavo principalmente per lui. Forse anche in quel caso c'era stata qualche ragione secondaria per il mio viaggio, ma non ci giurerei. La mia mente era decisamente concentrata su altro all'epoca.

Vedemmo la partita in due stanze, per stare più larghi. Faceva parecchio caldo. Io facevo la spola fra la cucina, dove c'era mio fratello, e la mia camera da letto, dove c'era il resto della famiglia. Ricordo una tensione a mille. E ovviamente non dipendeva tutta dalla partita. Ma quelle due ore furono un momento di evasione dai nostri attuali problemi, per questo quel match mi è rimasto nel cuore. Compresa, ovviamente, l'esultanza sul rigore di Totti al 95'. Fu tanto liberatoria e sinceramente gioiosa.

Il bello del calcio sono i momenti che rimangono nella storia e nell'immaginario comune, ai quali ognuno di noi lega indissolubilmente ricordi ed emozioni personali. Ecco, io ricordo vividamente quell'Italia-Australia come uno degli ultimi veri momenti di felicità condivisi con mio padre. E per questo me lo tengo stretto.



lunedì 9 luglio 2018

Vampiri a Roma: il concerto degli Hollywood Vampires

il concerto degli Hollywood Vampires al Rock in Roma
Gli Hollywood Vampires in azione al Rock in Roma 2018
Oltre al giorno e alla notte, alla vita e alla morte, al sole che sorge e tramonta, c'è un'altra grande certezza universale: Alice Cooper non morirà mai. Al massimo potrà farlo fisicamente (e speriamo che accada il più tardi possibile) ma in quel caso sono certo che tornerà come uno zombie o magari terrorizzerà i suoi fan infestando, da fantasma, qualche grande arena.
Ad ogni modo, qualunque cosa faccia, Vincent Damon Furnier trasuda "figaggine" da tutti i pori: dai costumi di scena, bastone e cilindro dark, alla solita voce graffiante ed ammiccante alle pose sul palco.
Per esempio, dal 2015 si è messo in testa di portare avanti questo progetto del "super-gruppo" rock Hollywood Vampires, con Joe Perry (Aerosmith) e l'attore Johnny Depp e, tre anni dopo, "siamo diventati una band", come lui stesso dice a conclusione del concerto tenutosi al Rock in Roma, ultima data del tour che ha toccato Nord America, Europa e Russia. E che band! Un'ora e mezzo di grande musica, con un'alternanza di brani originali della band e di grandi classici del rock.

Johnny Depp al Rock in Roma
Johnny Depp
Il pubblico era composto per metà da rockettari e per metà da ragazzine e meno-ragazzine urlanti ad ogni movimento/sguardo/saluto del bel Depp, che oltre ad essere "un fantastico chitarrista" (parole di Cooper), sembra nato per fare la rockstar e se la gode come non mai, girovagando sul palco con la sua chitarra e raccogliendo e appendendo all'asta del microfono i reggiseni che le fan di cui sopra gli lanciano costantemente. Ma, come detto, Johnny suona (bene) e canta anche (discretamente), in particolar modo As Bad As I Am (scritta da lui stesso), People Who Died (cover di The Jim Carroll Band) - corredata da una carrellata di immagini di tutti i musicisti amici dei Vampires scomparsi, nello schermo alle sue spalle - e addirittura la bellissima Heroes di David Bowie.

Se da un lato, il nome Hollywood Vampires rende omaggio a un club di celebri rockstar che si incontravano regolarmente per assumere alcol e droghe e rimanevano svegli tutta la notte come i vampiri, dall'altro Alice Cooper (che di questo club era il presidente), superati i propri problemi di alcolismo a metà degli anni Ottanta, ha decisamente imboccato una strada molto più salutistica, e la forma che sfoggia a 70 anni suonati lo dimostra. 

L'ironica My Dead Drunk Friends è dedicata proprio a tutti quegli amici morti troppo presto per l’abuso di droghe ed alcool, come Jimi Hendrix o Jim Morrison o Keith Moon, oppure scomparsi recentemente, dopo essere stati - fra le altre cose - dei gran bevitori in vita, come Lemmy o Chris Cornell

Anche Lemmy dei Motorhead è stato ricordato dai Vampires

Sin dai primi brani, i "vampiri" mettono le cose in chiaro, con le "originali" I Want My Now e Raise the Dead che aprono il concerto. Poi ci sono le cover che spaziano da Doors agli Who agli AC-DC (prima di The Jack, Alice ricorda Malcom Young) passando per i Motorhead, gli Aerosmith e lo stesso Alice Cooper. "Nel 1964 [o forse era 1968, non me lo ricordo, nda.] andai a Los Angeles e lì incontrai un succhiasangue di nome Jim Morrison", dice il maestro. Alle sue spalle compare una foto del leader dei Doors ed è Five to One/Break On Through (to the Other Side).
Incredibile ma vero: Cooper a parte, il mio personalissimo premio per il momento più esaltante della serata se lo becca il bassista Chris Wyse per la sua cover di Ace Of Spades. Sarà che ho un debole per i Motorhead, sarà che quella canzone è l'adrenalina fatta musica, ma la prestazione merita un voto altissimo. E poi c'è Joe Perry che fa l'assolo suonando la chitarra da dietro la testa: quanto è ROCK tutto ciò!
La chiusura di una grande serata è riservata a School's Out, mixata, come nell'album, con Another Brick in the Wall dei Pink Floyd. Mentre palloni giganti con il logo della band volano sulle teste dei quasi tremila presenti all'Auditorium Parco della Musica - posto bellissimo, fra l'altro - il gran cerimoniere Cooper presenta uno ad uno i componenti della band, in un tripudio di urla isteriche quando le luci si accendono su Johnny Depp. Io, invece, avevo occhi solo per il "giovane" Alice che, congedando i suoi "vampiri", apprezza: "ci piace molto il sangue italiano!".


venerdì 16 febbraio 2018

Io, Nunzio, le compilation e la radio di Sebastiano

Non c'erano ancora gli mp3, non c'erano le web-radio, a stento si usavano i compact disk. La musica la registravamo in cassetta, magari da 33 giri dal suono scricchiolante oppure l'ascoltavamo alla radio, preferibilmente su stazioni locali che nella provincia siciliana si sentivano meglio di alcune emittenti nazionali.
Meraviglioso il periodo delle radio libere! Spesso mancava la competenza ma era uno stupendo insieme di creatività e comicità. Tutti (o quasi) potevano improvvisarsi dj in una piccola radio locale: essere in grado di mettere una dietro l'altra due parole di senso compiuto, possedere proprietà di linguaggio e avere qualcosa da dire non sempre erano caratteristiche necessarie per mettersi davanti ad un microfono. Il risultato era spesso improbabile, eppure i programmi di dediche, gettonatissimi, erano molto seguiti. Perché si poteva dire quello che oggi viene affidato ai social network.
Poi - per carità - non sempre il risultato era farsesco. C'era anche chi, nel suo piccolo, aveva "voce" e sapeva disimpegnarsi abbastanza bene quando c'era da presentare dischi e cantanti in diretta.

Uno di questi era Sebastiano - in paese conosciuto come Bastianu - che, dopo aver fatto lo speaker a Radio Monte Ilici, aveva deciso di mettersi in proprio aprendo Radio Stereo Time.
Cioè, per capirci meglio: negli anni Novanta, in un paesino di appena un migliaio di anime, c'erano ben due emittenti locali. Stupefacente.
Io e Sebastiano eravamo vicini di casa e, soprattutto, siamo sempre stati come di famiglia. La sede della radio era proprio sotto casa sua. Dentro, lo spazio era piccolino: ci entravano a stento due piatti per i dischi, il microfono e una sedia girevole e poi qualche scaffale per i vinili. Ma non avevo mai visto niente del genere e a me sembrava un'astronave. Sin dall'apertura dell'emittente, quando ero ancora un bambino, Sebastiano mi aveva sempre permesso di stare lì a guardare lui e gli altri ragazzi che trasmettevano, a patto che me ne stessi buono e non disturbassi. E lì dentro ci passavo le ore. Guardavo e riguardavo le copertine dei dischi, uno per uno. Osservavo i ragazzi che preparavano sul piatto la prossima canzone (a volte azzardavo anche delle richieste, soprattutto canzoni degli Europe), poi si mettevano la cuffia, alzavano il cursore e cominciavano a parlare. Ero letteralmente rapito dalla magia della radio.
Qualche anno dopo, ormai adolescente, forse perché nel frattempo ero diventato parte dell'arredamento, Bastianu mi diede la mia chance. Dopo tanto osservare, avendo imparato a memoria il funzionamento del mixer, avrei potuto perfettamente occuparmi di fare una "selezione musicale". In sostanza, chi non sapeva o non voleva o non poteva - quest'ultimo era il mio caso - parlare al microfono, passava solo i dischi e ogni tanto diceva "state ascoltando Radio Stereo Time sui 95.4 e i 97.7 in FM". Ero in estasi. La mia prima "selezione musicale" durò oltre tre ore: un brano dopo l'altro misi sul piatto tutto ciò che mi piaceva di più. E chi si scollava da quella postazione tanto agognata!
In seguito arrivò anche la "promozione": i miei "state ascoltando..." dovevano aver fatto presa sul pubblico perché chiesi e ottenni di poter condurre un programma musicale tutto mio, con tanto di presentazione delle canzoni e tutto il resto. All'inizio, a dire il vero, si trattò di una co-conduzione con il più esperto Nino, uno dei disk-jockey più quotati dell'intero paese (no, non Paese nel senso di Italia, paese proprio nel senso del nostro paesino). Da lì, il passo a programmi di approfondimento sportivo - approfondimento: si fa per dire - fu breve. Il sabato o la domenica pomeriggio con Giovanni e le sue statistiche scritte a penna su un quaderno di scuola, durante la settimana con Francesco in studio e Luca inviato a seguire le partite di coppa in collegamento (da casa sua). Ah, la creatività e gli amici nelle radio libere non mancavano mai!

Oltre al posto dove fare il programma - come si diceva allora quando si trasmetteva in diretta -, Radio Stereo Time era anche una grande fonte di dischi e Sebastiano, bontà sua, mi permetteva pure di  registrare le mie cassettine con le novità che arrivavano periodicamente. Le compilation erano il mio forte. La musica rock la mia fissazione adolescenziale (che non si è mai sopita, in realtà).
Un giorno, al mare, parlando di dischi e gruppi con Nunzio, ci venne un'illuminazione! Avremmo creato una serie di raccolte, rigorosamente registrate in cassetta, selezionando pezzi rock da altri nastri (molti) e cd (pochi) in nostro possesso e dai vinili che Sebastiano mi lasciava registrare in radio. L'idea c'era. Ora serviva un nome, un brand con cui marchiare le nostre collezioni.
Ci pensammo su per un po' e poi Nunzio, riferendosi al contenuto, fece: "ci mittemmu musica a mazziari" (tradotto, per il resto d'Italia: in codeste musicassette inseriremo musica molto potente). Bingo! Gli risposi: "giustu, musica pi sbattiri a testa 'nto muru!" (giusto, musica talmente bella che, ogni volta che l'ascolteremo, ci provocherà accese emozioni!, ndr). E infine, mettendoci quell'inglesismo che fa sempre figo, conclusi: "chiamiamola Hit The Head Wall Wall compilation", che è più o meno la "traduzione" letterale del siciliano sbatti a testa mura mura (colpisci ripetutamente la parete con il capo, ndr).
Ora, dovete sapere che Nunzio è probabilmente uno dei più puntigliosi ed instancabili collezionisti dell'universo. Collezioni di musica, film, riviste, album: l'importante è che si raggiunga sempre la perfezione. Per esempio, se dopo aver registrato un film in vhs, riguardandolo, si accorgeva di una impercettibile (all'occhio umano ma non al suo!) riga in una frazione di secondo del video, l'operazione era automaticamente da ripetere, anche più volte, se necessario.
Pertanto, sin dall'inizio ero consapevole che selezionare i brani da includere nel nostro progetto sarebbe stato un duro lavoro, ma accettai la sfida.
Passammo l'intera estate del 1994 ad analizzare, valutare, soppesare, ascoltare, calcolare. Se pensavate che fare una cassetta fosse più semplice, è chiaro che non avete mai conosciuto Nunzio. In spiaggia, al pomeriggio, facevamo il punto sui nostri progressi: quel pezzo va bene, quello no, quel gruppo sì, quell'altro forse. La sera, invece, spesso andavamo in radio e, mentre io mi dilettavo in qualche selezione musicale, Nunzio setacciava gli scaffali dei vinili come un cane da tartufo in cerca di canzoni che facessero al caso nostro.
A fine agosto, eravamo finalmente pronti: Hit The Head Wall Wall compilation part 1 avrebbe visto la luce. Sì perché, cercando cercando, avevamo raccolto materiale per riempire almeno tre o quattro cassette. Il 6 settembre del 1994, come indicato sulla copertina dello stesso nastro, fu il giorno in cui Nunzio si chiuse in sala di registrazione (cioè la sua camera da letto, dove aveva lo stereo) e procedette all'incisione. La leggenda narra che, per fare un lavoro perfetto (e come, se no?) dei suoi, si fosse chiuso a chiave e non fosse uscito per tutto il giorno, neanche per mangiare. Alla sera, con le due prime (e uniche) copie editate, la mia e la sua cassetta, ci incontrammo in piazza per condividere il tesoro.

Valutando oggi quel lavoro, che ai tempi ci sembrava obiettivamente colossale, possiamo concludere che tre mesi di ricerche, valutazioni e selezioni produssero un (meraviglioso) minestrone di brani rock basato su un avanzato metodo bibliografico, riassumibile con la seguente formula: chista mi piaci, l'haiu, c'ha mettu (gradisco la canzone, quindi dato che ho a disposizione il disco sorgente, la converto sul nastro, ndr). E quindi, per esempio, i Rolling Stones o gli AC-DC, mostri sacri del rock, magari finivano per ritrovarsi nella stessa compilation con i meno quotati Ted Nugent o Blue Öyster Cult. Oppure, nonostante avesse cantato fior fiore di capolavori con i Led Zeppelin, di Robert Plant eravamo riusciti a reperire solo un singolo da solista, carino ma certamente non indimenticabile. O ancora, se i brani selezionati per la compilation non riempivano l'intero spazio a disposizione sul nastro, si passava al metodo ci ni mettu nautra (rimpinguo il contenuto con un'ulteriore opera di uno degli artisti presenti), in genere aggiungendo un altro pezzo tratto dallo stesso album da cui, per un determinato cantante o gruppo, erano stati selezionati gli altri due o tre già inseriti nella compilation.


Fatta la cassetta, era arrivato il momento di sperimentarne il suono. Ma dove? Come? E con chi?
Ci guardammo intorno. C'erano solo degli anziani seduti davanti al bar e un paio di bambini che giocavano in piazza. Di certo, nessuno di loro era utile alla nostra causa. Ad un certo punto, però, notammo Nino (il  mio ormai ex-co-conduttore), che aveva parcheggiato la sua Fiat Uno. Nonostante qualche resistenza, riuscimmo a convincerlo a farci provare la compilation nella sua autoradio. Nino ha sempre avuto un cuore d'oro. A noi si unì anche Salvatore, che era arrivato mentre eravamo intenti nell'opera di persuasione di Nino.
Quella del 6 settembre 1994 la ricordo ancora come una serata memorabile. La musica a palla sulla Fiat Uno, che più tamarri di così impossibile. Nino che - bastian contrario - si lamentava costantemente della musica, nonostante intimamente in realtà gli piacesse. Salvatore che apprezzava ma che, soffrendo il volume un po' troppo elevato, con voce stridula, ogni tanto urlava maronnaaaa. Nunzio e io che ci ci esaltavamo a ogni nota, davvero soddisfatti del nostro lavoro.
Alla prima Hit The Head sarebbero seguite, dopo ulteriori fatiche, altre due raccolte con lo stesso titolo (la terza la sottotitolammo addirittura "Progressive Alteration", giusto per farla sembrare ancora più potente).

Era quello un tempo in cui tutti potevano fare la radio e, con due vinili e una cassetta (e la Fiat Uno di Nino), era possibile creare colonne sonore indelebili.

venerdì 2 febbraio 2018

La storia del linciaggio di New Orleans: quando anche noi eravamo "sporchi negri"

Oggi come non mai, pruriti razzisti e finti patriottismi sono al centro della discussione politica italiana ed internazionale e solleticano pericolosamente l'immaginario di parte della nostra società. I Salvini o i Trump sono predicatori d'odio ai fini elettorali e, purtroppo, funzionano perché offrono a chi sta peggio una valvola di sfogo, un diversivo su cui scaricare le frustrazioni della propria quotidiana miseria. Come se far star male qualcun altro potesse far star bene noi stessi.
In Italia, prima era Nord contro Sud (lo è ancora ma se ne parla molto meno in nome di un nemico comune), ora è italiani contro immigrati. In America, bontà loro, non hanno mai smesso di discriminare neri e latinos, ma da un po' di tempo a questa parte hanno decisamente rinvigorito la fiamma sotto alla graticola. La storia si ripete. Sempre.
I fascio-leghisti probabilmente dimenticano - o peggio, non hanno mai studiato - i flussi migratori italiani. Soprattutto quelli verso le Americhe di fine Ottocento e inizio Novecento, quando i nostri connazionali venivano considerati alla stregua, se non peggiori, dei tanto vituperati migranti odierni.
Sì perché si fa presto, oggi, a dire che gli Italian-Americans (malavita a parte) occupano posizioni di primissimo piano nella società statunitense. La storia ci dice che non è stato sempre così.
Per esempio, sono certo che i moderni xenofobi di casa nostra non sappiano che il più grave linciaggio di massa della storia degli Stati Uniti avvenne ai danni di italiani, a New Orleans, nel 1891.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, circa 10 milioni di italiani da tutte le regioni del bel paese emigrarono verso gli Stati Uniti. Grazie a una rotta navale che la collegava con Palermo, moltissimi siciliani arrivarono a New Orleans. Come in molte altre città americane, anche qui, gli immigrati italiani si sistemarono in un quartiere della città che prese il nome di Little Palermo. Di fatto, l'intenzione della maggior parte di loro era quella di lavorare in America per qualche anno e, dopo aver messo da parte dei soldi, di fare ritorno in Italia dalle proprie famiglie. Pertanto, l'integrazione non rappresentava affatto una priorità.
Strano: questa storia mi sembra di averla già vista da qualche altra parte...

Italiani non ammessi fra il personale delle aziende americane nell'Ottocento
"Italiani non ammessi", recitano le condizioni di un appalto pubblico

Ma torniamo alla vicenda di cui sopra.
Già nel 1888, il quotidiano locale The Mascot aveva pubblicato una vignetta dal titolo "Per quanto riguarda la popolazione italiana" che raffigurava alcune scene di vita degli immigrati italiani, intenti a bighellonare e a dar fastidio ai passanti, rinchiusi a dormire in stanze sovraffollate e dediti alle risse con coltelli e bastoni, "un rilassante passatempo pomeridiano". E dire che, fra i nostri connazionali, c'era anche un sacco di gente che si spaccava la schiena di onesto lavoro!

Se i patrioti nostrani leggessero di questa vicenda, già mi immagino il moto di indignazione per la meschina generalizzazione! Per fortuna che non ne hanno il tempo, così occupati a fare di tutta l'erba cattiva - africana o islamica o "zingara" che sia - un fascio (sì, il gioco di parole è voluto).

Nella vignetta veniva anche data la ricetta per risolvere il problema: "liberarsi di loro" uccidendoli oppure manganellarli e arrestarli. Colpevoli a prescindere. Tutti. E tanti saluti allo stato di diritto.

Il quotidiano di New Orleans The Mascot pubblicò nel 1888 una vignetta razzista contro gli immigrati italiani
La vignetta di The Mascot

Il sentimento anti-italiano era così diffuso che nel 1891 la vignetta del The Mascot, in un certo senso, prese vita. La scintilla che fece divampare l'incendio - era solo questione di tempo, come abbiamo visto - fu l'omicidio del capo della polizia di New Orleans, David Hennessy, avvenuto alla fine dell'anno precedente.
Hennessy avrebbe dovuto testimoniare in tribunale su una faida tra due famiglie mafiose rivali, i Provenzano (un nome una garanzia!) e i Matranga, che si contendevano il controllo del porto. A New Orleans la corruzione imperversava e Hennessy non faceva eccezione. Il suo ruolo gli permetteva di avere le mani in pasta un po' dappertutto in città. Soprattutto, intascava tangenti ed era risaputo che fosse a libro paga dei Provenzano, nonostante fosse irlandese e i rapporti fra italiani ed irlandesi, a quei tempi, fossero notoriamente molto tesi. Ma - come dicevano i latini - pecunia non olet.

Si diceva che, al processo, Hennessy avrebbe scagionato i Provenzano, implicando invece i Matranga e probabilmente per questa ragione, la notte del 15 ottobre, mentre rientrava a casa, venne colpito dalle fucilate esplose da uomini non identificati. L'amico capitano O'Connor, accorso dopo avere sentito gli spari, avrebbe poi detto che Hennessy gli aveva sussurrato la frase "Dagos did it", cioè sono stati i dagos, slang dispregiativo con cui venivano genericamente indicati gli immigrati italiani.
Non importa che l'unico ad aver sentito quella frase fosse stato O'Connor né che il poliziotto - tornato cosciente in ospedale prima di peggiorare improvvisamente e morire la mattina seguente - non l'avesse ripetuta a nessun altro, addirittura neanche a un giudice che gli aveva fatto visita in ospedale nella notte.

Ma non fu necessario. Il pregiudizio arriva a sentenza senza che vi sia alcun processo. È l'intolleranza, baby.

La stampa locale fece da cassa di risonanza al peggior razzismo. Il sindaco di New Orleans, Joseph Shakespeare, scrisse che "il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti, hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani...gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistano al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi...Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre".
Partì una vera e propria caccia razziale. Dopo una massiccia operazione per cui la polizia aveva l'ordine di arrestare ogni italiano sospetto, si arrivò al processo per diciannove imputati, undici dei quali accusati di aver avuto parte attiva nell'omicidio. Tra di loro c'erano i boss Macheca e Matranga ed altri malavitosi, ma anche dei poveri lavoratori che non avevano mai avuto problemi con la legge né legame alcuno con la criminalità. 
Nel mese di marzo del 1891, alla fine di un controverso dibattimento caratterizzato da prove esili e ben sessantasette testimoni d´accusa - ma il famigerato capitano O'Connor non venne neanche ascoltato durante le udienze! - la giuria popolare emise un verdetto di non colpevolezza per otto degli undici imputati, e non riuscì a raggiungere un verdetto unanime per tutti gli altri. 

Ma il razzismo non sente ragioni e non conosce diritti

Con una forzatura giuridica, tutti gli arrestati vennero trattenuti in carcere. Non fu sufficiente a placare la rabbia intollerante della popolazione.
Avete presente quando qualcuno commette un reato e, se è straniero, da noi parte il solito tam-tam delle ronde, dell'Italia-agli-italiani e degli immigrati-tutti-delinquenti? Ecco, il giorno dopo a New Orleans, i giornali pubblicarono questo comunicato: "Tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all'assemblea convocata sabato 14 marzo alle 10 alla Clay Statue, per prendere provvedimenti rispetto al fallimento della giustizia nel caso Hennessy. Arrivare pronti all'azione"
Il 14 marzo, dunque, circa 3.000 persone si recarono alla prigione. La folla inferocita abbatté le porte e uccise barbaramente undici persone di origine italiana, alcune di loro neanche legate al processo, mostrando poi i corpi martoriati come trofei di caccia. Uno dei capi della sommossa fu John M. Parker, uno che oggi in Italia sarebbe conteso da Lega e Forza Nuova - per dire - ma che ai tempi era considerato un sincero democratico, tanto da diventare successivamente Governatore della Louisiana ed affermare, nel 1911, che gli italiani sono "solo un po' peggio dei negri, essendo forse anche più sporchi nelle proprie abitudini, più fuorilegge e più infidi"

Ma in effetti - pensandoci bene - anche Salvini da noi viene considerato un sincero democratico.

E come in tutte le migliori storie di discriminazione, i fatti di New Orleans vennero sdoganati come una giusta reazione contro chi se l'era cercata e meritata. Teddy Roosevelt, futuro Presidente degli Stati Uniti, disse che aver dato "una lezione a quella razza" era stata "una buona cosa" Il New York Times definì le vittime del linciaggio come "siciliani furtivi e codardi, discendenti di banditi e assassini". Un altro editoriale affermò che "la legge del linciaggio era l'unica possibile per la gente di New Orleans". E via andare con il festival dell'odio razziale.

Si aprì una complessa crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti. L'ambasciatore italiano Fava venne richiamato dal presidente del Consiglio Starrabba di Rudinì. Il problema è che i diplomatici del Regno d'Italia erano nobili mentre le persone di cui dovevano occuparsi erano dagos, una razza inferiore, scuri di pelle, quindi trattati dagli americani come i negri. Insomma, gente per cui indignarsi non aveva molto senso. D'altro canto le teorie di celebrati pseudo-scienziati del tempo, come Cesare Lombroso, giustificavano totalmente queste considerazioni.
Per cui l'ambasciatore fece presto ritorno negli USA e la questione fu chiusa - non senza le proteste del Congresso americano - con un indennizzo pagato alle famiglie delle vittime con i fondi a disposizione del Presidente.

Col tempo, però, le vittime hanno spesso la possibilità di trasformarsi in carnefici. Basta solo attendere il proprio turno. E questo è quello che è successo anche a noi italiani. E - se vogliamo entrare ancor più nel dettaglio - questo è successo soprattutto ai meridionali che prima venivano presi a pesci in faccia dai leghisti e oggi plaudono al Salvini versione patriota, eroico argine all'usurpatore straniero.
Ci sarà sempre, per ogni razza, società o individuo, l'occasione di trovare uno più debole su cui scaricare le frustrazioni accumulate a causa della crisi economica o delle proprie sfortune o dei soprusi di chi esercita il potere. E, soprattutto, a soffiare su ogni fuocherello d'odio, ci sarà sempre un "salvatore della patria" su cui riporre le proprie vane speranze di riscatto. Per sentirsi un po' meno dagos e un po' più "bianchi".

lunedì 8 gennaio 2018

#L8ioLotto, la protesta dei #DocentiMagistrali di tutta Italia a Roma


Migliaia di maestre e maestri della scuola dell'infanzia e primaria hanno scioperato oggi per aderire alla protesta nazionale contro la decisione del Consiglio di Stato di negare ai precari diplomati magistrali pre 2001/02 la presenza nelle Graduatorie a Esaurimento (GaE).

Con loro varie associazioni e sigle: SAESEMida Precari, ADIDA, La voce dei giusti, Cobas, CUB, AniefSNALS e Gilda.
"Speravamo nella solidarietà anche dei colleghi di ruolo e non, in questa battaglia, per la quale sarebbero dovuti starci accanto" - ha commentato una docente - "ma purtroppo non è stato così".
Non sono mancate le critiche anche ai sindacati confederati.
Una portavoce dell'Anief ha invece espresso la sua soddisfazione perché "volevamo dare un segnale forte al Ministero e credo che oggi ci siamo riusciti. Molte scuole sono rimaste chiuse. I diplomati magistrali sono con noi in piazza e oggi si deve prendere una posizione definitiva. Per noi la soluzione è quella di riaprire le graduatorie ad esaurimento per chi ha l'abilitazione, senza fare concorsi o fasi transitorie".
E proprio una delegazione dell'Anief e dei Cobas è stata ricevuta in mattinata al Miur. La richiesta al ministero è quella di un decreto legge urgente per riaprire le graduatorie ad esaurimento per il personale docente abilitato e confermare nei ruoli i docenti già assunti con riserva. Così da garantire la continuità didattica ma anche l'assunzione per merito, la parità' di trattamento, la ragionevolezza nell'incontro tra domanda e offerta di lavoro nei due ambiti scolastici. Anche perché - ed è forse la cosa più stupefacente di questa vicenda - "in molte province le GaE sono esaurite, pure in presenza di personale abilitato a cui non e' stato consentito l'inserimento. Mentre in molti casi, gli stessi 44.000 diplomati magistrali inseriti con riserva nelle GaE e i 6.000 assunti in ruolo con riserva, quand'anche saranno licenziati per effetto del giudizio di merito orientato dalla sentenza plenaria, si ritroverebbero dopo un 'balletto' di supplenze a essere richiamati come precari, con grave danno alla continuita' didattica", come sostenuto da Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief.

Comunque vada a finire, rimane evidente una contraddizione tipicamente italiana: questi insegnanti servono al sistema formativo del nostro Paese (anche solo valutando la questione in termini strettamente numerici) e hanno maturato ormai una lunga esperienza sul campo (che qualunque datore di lavoro, diverso dallo Stato, considererebbe preziosissima in termini di qualità e rendimento). Ma si trovano costretti a una corsa ad ostacoli, in questa "guerra fra poveri" con altri colleghi.

Tutto bene. L'importante è che poi non ci si lamenti della decadenza della scuola pubblica.